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Si può soltanto andare nel futuro

19 settembre 2010

Questa intervista a Renzo Piano fatta da Curzio Maltese di Repubblica nel novembre 2007 mi sembra ancora molto attuale.

«Ho l’ impressione sempre più spesso, quando torno in Italia, che siamo diventati un paese prigioniero delle paure. E la prima è quella del futuro. Declinata in varie forme. Fanno paura la società multietnica, i cambiamenti sociali, le scoperte scientifiche, sempre rappresentate come pericoli, la contemporaneità in generale. Si fa strada, perfino fra i giovani, la nostalgia di un passato molto idealizzato. Si combina una memoria corta e una speranza breve, e il risultato è l’ immobilità. Il passato sarà un buon rifugio, ma il futuro è l’ unico posto dove possiamo andare».

«[…] Comincio a pensare che quello che non si perdona in Italia è l’essere contemporanei. Ed è triste per un paese che ha insegnato al mondo il coraggio in architettura».

Per secoli nelle città italiane ai contemporanei è stato permesso non soltanto di costruire ex novo e sovrapporre stili, ma di mettere mano ai monumenti-simbolo.

«Tutto questo è molto chiaro all’ estero. Mi chiamano perché sono italiano, vengo da questa storia. Il problema è che la nostra storia è più conosciuta a Sydney o a Londra. All’ estero l’Italia è considerata ancora un laboratorio, noi ci vediamo come un museo. Si parla tanto di modernizzazione, ma è retorica. La modernità è soltanto la parodia del futuro. Siamo il paese dei veti incrociati. Prendiamo la politica. In tutte le democrazie un’ opposizione che gioca al massacro e vive soltanto per demolire perde consensi, qui li moltiplica».

«[…] s’ è perso il gusto della discussione. Una discussione vera che non consista, diceva Norberto Bobbio, nell’arte retorica di persuadere, di vincere sull’altro. E’ un regresso civile che ormai si vede nel corpo fisico del Paese. Le nostre città sono belle perché hanno mescolato sempre gli stili, sono state oggetto di continue trasformazioni, specchio di milioni di vite vissute. Ora rischiano di modellarsi sullo scontro per bande, dove alla fine trionfa soltanto la difesa dello status quo».

«[…] quando un’ intera società assume tempi televisivi, sono guai seri. Più di tutto preoccupa questa difesa di un passato che peraltro non si conosce. Come se il futuro fosse soltanto gravido di minacce. E’ nella natura umana, certo. Penso alle ultime pagine del Grande Gatsby, all’immagine della vita come di una barca destinata a remare sempre contro la corrente e la voglia di lasciarsi portare indietro. Peccato che tornare indietro non si possa. Si può soltanto andare nel futuro. Prima o poi, presto o tardi. A volte, con molto sforzo, troppo tardi».

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